Un suicidio assistito

Chissà, forse sarà  l’indole di questo Napoli, che porta a una sorta di suicidio assistito. Come contro l’Inter, anzi, qui, in misura minore, una cavolata di un calciatore (il portiere Ospina) ha prodotto la sconfitta n. 7 del campionato. Nonostante una buona prestazione del Napoli, grazie a un secondo tempo dove qualità e tenacia si sono fuse al punto di sottomettere la Lazio e quindi ridimensionare a “sorpresa la sorpresa della stagione”. Dice bene Gattuso: “sentirsi dire bravo quando si continua a perdere, è la punizione maggiore”. Sfortuna, jella e tutti i sortilegi possibili saranno chiamati in causa. Ma davvero è solo malasorte o c’è dell’altro? Perché ci deve essere qualcosa di reale, di concreto negli inciampi del Napoli, tutt’altro che inspiegabili. Le grandi crisi  vivono anche di questi dispetti. Tuttavia si può giudicare solo una partita per capire di un crollo ormai strutturale? Il microcosmo Napoli appare immobile nel pieno della prima era di decadenza Aureliana. Un sistema d’impresa che si sta sgretolando; e dire che gli ultimi tre anni avevano annunciato le difficoltà: organico approssimativo, quindi problemi per squadra e quindi, ancora, per il prodotto calcio. 

È il declino di un gruppo abituato a mettere insieme  80 e 90 punti, e che oggi si ritrova a galleggiare a metà classifica, con una proprietà che gioca sull’euro più, euro meno, sugli acquisti, un allenatore andato via, forte solo di un gran passato, che ha smagnetizzato ogni meccanismo tattico. Oggi non restano che uno stadio vuoto popolato soltanto da sfiducia e una classifica terremotata. Cosa occorrerebbe per superare questo tunnel buio? Un De Laurentiis più saggio e disposto a rifondare club e squadra. E tifosi che credano ancora nelle favole e nelle storie a lieto fine. Un sogno.

 

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