La ciurma di Spalletti

 

 

Lo conosciamo il Napoli, ma non ancora abbastanza. Non ci sono al momento sufficienti dati sulle possibilità di questa che è ormai la ciurma (nell’etimologia latina dei rematori), di Spalletti  per stabilire se ha una maggiore capacità di provocare un altro ribaltone in campionato. Così come non c’è evidenza che possano avere una diffusione le vittorie dell’Inter e/o un ritorno di Milan o Atalanta. Sí, perché questa è una stagione del… “tutto è possibile”. E quella di Milano è stata una partita di squadra contro squadra, sul filo di assenze e infortuni. E chi ha messo l’imprimatur è risultato essere il Napoli. Ha imposto se stesso con passione e tecnica, cervello e anima, perché le alchimie tattiche, raccontate per prolungare il tecnicismo del calcio, s’arrestano dinanzi a un’autostima ritrovata. Chiariamoci: può sembrare fuori tempo e luogo parlare di Spalletti motivatore e non di stratega. Già, perché quella retorica del “Vesuvio dentro di noi”, parole pronunciate da Spalletti alla vigilia (da troppi criticata), forse è valsa più di mille moduli e tatticismi vari ed eventuali. Tuttavia è pur vero che a complicare la partita del Milan è stata la scelta del Napoli che ha giocato sempre sull’avversario, preparandosi poi a manovrare alto con due centrali inaspettati e moderni (Rrahmani e Juan Jesus), veloci, potenti e intorno al metro e 90. E che dire del gioco di Zielinski, col quale si manovra all’altezza del centrocampo, si aggredisce chi ha la palla e si parte d’attacco e d’avventura. È stata l’armonia ideale per un Napoli con pochi titolari che a questo si era preparato.
Infine il gol annullato a Kessiè. La definizione su quel tipo di fuorigioco fa parte del buio del regolamento del calcio, ma se la norma esiste, essa va applicata. E non c’è dibattito.

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