Il ‘68 di Mancini

Sul prato più sacro, nel tempio che da 92 anni celebra le magie dei trionfi e i gesti più eleganti del calcio, questa notte italiana non è soltanto bellissima, ma ci dice quanto sangue abbiamo nelle vene. Siamo figli e nipoti della Nazionale, anche di questi campioni d’Europa. Rassomigliano tanto alla vita, perché anche loro sono fulmine e miccia, ma anche patimento e gioia, discese ardite e risalite, fosforo e scintillante coraggio.
Pronti a soffrire con l’Inghilterra, come con la Spagna. Non puoi pretendere di vincere un Europeo dominando sempre. Ma puoi farlo se intorno alla squadra e dentro la squadra c’è un’atmosfera fantastica. Sembra un po’ la loro Samp. Quella di Mancini e Vialli , i «fratellini» anche di questa Italia. Nel 1992 i gemelli della Samp giocarono e persero una finale di Coppa dei Campioni a Wembley, poi piansero insieme, invece ieri abbracciati hanno versato lacrime di felicità. Nel ‘92, Boskov , il loro allenatore, spiegava che «uomini non piangono per sconfitta, perché poi conosceranno gioia di vittoria». E a Londra è andata un po’ così.
Era dal 1968 che l’Italia dava la caccia al titolo europeo. E Mancini il ‘68 l’ha fatto adesso con la sua Nazionale d’attacco e d’avventura. Una rivoluzione. Ha costruito un’Italia che avanza sempre, come mai nella sua storia. Ha imposto una svolta epocale, come Dick Fosbury che a Mexico ‘68 vinse saltando di schiena mentre tutti saltavano di pancia. Da tre anni Mancini prova a vincere attaccando, mentre tutti prima lo facevano ripartendo. Ai propri giocatori, fin dal primo allenamento, ha ripetuto un paradosso di Albert Camus, caro agli studenti della Contestazione del ‘68: «Siate realisti, chiedete l’impossibile».

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