Gattuso, l'allievo che subentra al maestro

Probabilmente Gennaro Gattuso non avrebbe mai immaginato di dover rimpiazzare l'uomo che più di tutti ha contribuito ad impreziosire la sua carriera da calciatore di importantissimi successi e al quale, allo stesso tempo, ha donato tutto se stesso in campo per raggiungere, insieme, la vetta del mondo. Aurelio De Laurentiis ha deciso di porre fine all'esperienza partenopea del tecnico di Reggiolo dopo appena un anno e mezzo dal suo avvento in casa azzurra. Il suo arrivo doveva essere il preludio a una crescita esponenziale di questa società in campo e fuori. Invece siamo qui a parlarvi di tutt'altra storia. Cosa non ha funzionato tra Ancelotti e il Napoli? Tutti se lo chiedono e le risposte sono molteplici e diverse tra di loro. Di certo le responsabilità sono da attribuire in parte equa, un 33% a testa, tra società, allenatore e squadra. La prima, probabilmente, ha temuto, dopo i 91 punti conquistati con Sarri, di iniziare quel processo di rinnovamento con qualche cessione, seppur dolorosa, che poteva di certo aiutare mister Ancelotti ad amalgare un gruppo suo fin da subito sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista mentale. Adesso, invece, Adl e Giuntoli si trovano a dover fronteggiare questa rivoluzione non in modo graduale ma in tempi molto ristretti, il che potrebbe comportare non pochi problemi. Da imputare, inoltre, una comunicazione poco brillante e lentezza eccessiva nei rinnovi, che hanno pesato, e non poco, in questa situazione. Le colpe di Ancelotti risiedono in una sopravvalutazione di tanti elementi, dai quali si aspettava una crescita sostanziosa, soprattutto dal punto di vista caratteriale, ma che hanno deluso non solo le aspettative dell'allenatore, ma anche quelle della società e dei tifosi. Possiamo aggiungere anche responsabilità riguardanti gli aspetti tattici, ostinandosi ad adattare le mezze ali al ruolo di regista, privandosi, paradossalmente, di Diawara senza volerlo rimpiazzare con un altro giocatore dalle caratteristiche simili e utili a questa squadra. Infine, ma non ultimi, i calciatori. Potevano avere tutte le ragioni di questo mondo, ma con l'ammutinamento sono passati inesorabilmente alla parte del torto, mancando di rispetto praticamente a tutti, per di più offrendo prestazioni altamente indecorose. Il desolato Mario Rui di Udine è lo specchio di quanto appena detto. Anche il voler cercare di imporre al proprio allenatore un certo modo giocare, è sintomo di quanto sarebbe servito qualche innesto dalla mentalità 'ancellottiana' all'interno di questo gruppo, che non ha mai legato del tutto con Carlo Ancelotti e forse non era pronto, o addirittura adatto, a questa tipologia di personalità alla guida. Resta da assegnare l'1% finale di responsabilità in tutta questa vicenda, attribuibile ai tifosi, che restano comunque la parte maggiormente lesa in questo pazzo mese appena trascorso. Dal dopo Sarri c'è stato sempre un ambiente spaccato, dove il bene della maglia è stato messo in secondo piano, creando delle fazioni pro Adl, e contro Adl, con la figura di Sarri come stemma. La non unità della tifoseria ha rappresentato terreno fertile per buttarci, come si dice in gergo, la zappa sui piedi. Forse, se l'ambiente fosse stato capace di svoltare pagina, dimostrando quella compattezza che sempre ha contraddistinto il tifo azzurro, poteva rappresentare il collante che teneva unito il tutto, come avvenuto in passato. Con la partenza di Ancelotti una cosa è sicura: società, squadra, allenatori e tifosi, hanno perso una grande occasione, ed ora i giocatori dovranno tornare a dare il massimo, perché sono completamente spogliati da ogni alibi.

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