Caro Napoli, stai tradendo il tuo destino

Avvertenza agli ottimisti militanti, ai portatori di sorrisi
e a chi,  leggendo questo articolo, ci accuserà
di attaccare il Napoli e l’establishment e di criticare non a ragione veduta ma... 

Il Napoli, come tutti, va criticato appena lo merita. Tuttavia un conto sono le critiche, un altro conto ancora sono i fatti che costruiscono un parere. Entrambi non sono opinabili: o sono veri o sono falsi. 

La squadra tentenna, si trascina dietro due pareggi consecutivi. Ben oltre gli episodi e di come essi siano maturati, Insigne e compagni non riescono ancora a concretizzare del tutto ciò che producono, al di là dell’assenza di una comune identità di gioco. Colpi eccellenti, ma sotto porta non c’è l’efficacia necessaria, nonostante Milik. Sia la Spal che l’Atalanta, che la Roma ne hanno approfittato. É la naturale conseguenza di un declino generale, che è strategico, mentale e fisico. E non c’è rifugio tra i numeri. Anzi. Le cifre raccontano il peggio.

Diciotto punti in undici partite, soprattutto quindici gol subiti, media punti 1,6. Ancelotti perde la terza partita dall'inizio del campionato, ha raccolto due punti nelle ultime tre gare, rischia di essere ancora più lontano dalla vetta e distante dalla zona Champions.

Preoccupa tutto, a cominciare dall’inerzia difensiva.  In generale, Il Napoli paga movimenti diventati anarchici di giocatori come Allan (da mercoledì infortunato) e Koulibaly, oltre a una serie di errori sul mercato. Lo stesso Manolas è un difensore che tende ad alzare il proprio baricentro: da qui l’ormai conclamata mancanza di un mediano di copertura, perché gente che corra dappertutto esiste e abbonda. L’amaro paradosso è che Ancelotti avrebbe “toppato” proprio nella scelta del ruolo che ha ricoperto egli in carriera.

Già undici giornate trascorse e un bilancio che non ammette repliche. Questo Napoli è incapace di essere se stesso per 90 minuti, a tratti regala l’impressione di essere sfiduciato e poco sereno. Sembra quasi arrivato al punto di rottura: ovvero tradire il proprio destino, lasciare per strada l’epoca d’oro, quell’era in cui – con merito - sedeva al tavolo delle prime della classe. 

 

 

 
 

 

 

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