Cazzimma cercasi

Se prendiamo il Napoli e lo analizziamo da un punto di vista tecnico, la valutazione è senza dubbio positiva: ottimi elementi giovani dotati di ottimi colpi, capaci di mettere in difficoltà l'avversario di turno e appetibili a tutte le squadre, soprattutto quelle estere. Un tasso che rispecchia la dimensione del Club come società, non dotato di grandi mezzi economici (e questa mancanza potrebbe incominciare a pesare per i prossimi anni con il ritorno delle milanesi) ma di un Direttore Sportivo e osservatori che scelgono bene gli elementi e quasi sempre riescono a portare a casa il risultato, senza fare i paragoni con una Juventus cannibale e sempre pronta al super colpo, anche se l'acquisto di Cristiano Ronaldo ha fatto peso sulle case della squadra di Torino. Sulla tattica è inopportuno soffermarsi, sia perché il Napoli gioca bene, non in maniera sempre rapida, ma la maggior parte delle volte sempre pericolosa, sia perché il Signore (maiuscola voluta) non ha bisogno di particolari presentazioni e basta riportare solo nome e cognome: Carlo Ancelotti. Se tutto questo lo mettiamo in un'equazione matematica, il risultato dovrebbe essere positivo, ma il dettaglio che purtroppo vale è che il calcio non è matematica o almeno non sempre sul campo. Ribadendo l'escludere la Juventus per motivi ben noti, questo Napoli è nel periodo del "è bell, ma nun ball", cioè gioca, si mostra, fa vedere le sue capacità e al momento clou, vero e concreto della situazione, diventa incosistente e ti rimane l'amaro in bocca, ma il problema non è di natura tecnica o tattica perché se così fosse avremmo perso anche più del dovuto e il problema degli azzurri è l'inverso, cioè non guadagnare più di quanto si crea, lasciando molto spazio alla frustazione. Molto è partito dalla brutta serata di Liverpool, dove quel Napoli non era riuscito ad ottenere il passaggio di Champions League e mettendo alla luce le sue debolezze, messesi in mostra con l'arrivo di appuntamenti più importanti: Inter, doppio confronto contro il Milan e eliminazione dalla Coppa Italia, Fiorentina e domenica contro il Torino, tutte occasioni per allungare in classifica o arricchire la stagione con in mezzo l'assolo contro il Zurigo. Un trauma? un periodo no? e allora il problema dove si trova? Nella testa, come quelle classiche scene sul divanetto dello psciologo, circondati da titoli di studio importanti e saggi, arrivando alla fativica frase: "Dottore, ho un problema". Non si vede quella cattiveria agonistica, quella di "aggredire" il pallone e "mangiarselo", maltrattarlo, scaraventarlo il fondo alla rete e urlare di averlo fatto con tutta la voce possibile, mettendo inevitabilmente la bellezza tecnica e l'intelligenza tattica in secondo piano e rendendo anche il portiere avversario salvatore della patria con poco (Lafont e Sirigu ringraziano). Ma quella non è una cosa che impari, migliori e applichi, quella o ce l'hai oppure no perché solo la vita, l'esperienza o un trauma te la può dare e su questo là davanti il problema esiste. Manca la cazzumma e il problema non è tanto quello di Insigne che porta la sua insistenza nel provare a fare gol con il suo marchio di fabbrica ai limite della sopportazione, come se fosse quasi letto ma sempre efficace e neanche quello di Mertens, in evidente calo fisico pur non essendo sempre titolare e con motivazioni ormai esaurite, ma più che altro da parte di Milik che con i suoi 12 gol ha messo un peso nell'economia del Napoli e proprio nelle gare pesanti, diventa poco concreto quando l'aria è meno rarefatta e mancando l'appuntamento sempre per centimetri. Grande merito gli va dato per alcuni gol decisivi come contro l'Atalanta, Cagliari e Lazio (andata e ritorno), ma se gli azzurri vogliono essere ancora competitivi, non bastano 12 gol in 21 partite (relativamente poco in questo momento, contando un gol in Coppa Italia fanno 13 e con il tabellino da marcare in Europa League) e questo non significa far fuori un ottimo elemento, ma aggiungere qualcosa in più di quel che si ha e il Napoli lo deve fare per rimanere dove si è raggiunta l'asticella. Una cosa è chiara: è giusto puntare sui giovani promettenti per poi vederli esplodere, fare la differenza con loro quando succede, ma quello che ti danno determinati giocatori dal pesante valore economico (e qui subentra l'aspetto della matematica citato) e di esperienza importante, non te lo dà un giovane e viceversa. Su questo, la società deve cambiare per migliorare, se no la presenza di Ancelotti verrà ricordata dagli annali come una possibilità mai sfruttata dal Napoli e uno dei più grandi peccati della storia azzurra, o addirittura superflua per la sua grande storia e preparazione al confronto di una ancora piccola della squadra azzurra se messa a confronto con quella del tecnico di Reggiolo.

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